Il calcio è ovunque, anche dove l’Inferno era dietro l’angolo

Ovunque si gioca a calcio. E sì. Anche ad Auschwitz, a Birkenau, a Mauthausen e in tutti i lager nazisti. In quegli anni, in quei luoghi, il calcio – per alcuni – ti dava la forza di andare avanti. Lì, un gol, una parata, valevano un pezzo di pane o una patata, al massimo una ciotola con fagioli. Nei campi dove non cresceva un filo d’erba, dove il verde era intriso di morte, le SS organizzano diverse partite di calcio. I nazisti si divertivano a schernire Uomini diventati scheletri, a premiare e punire dei campioni, che non avevano più un nome, bensì come tutti, avevano un numero sul braccio.

Ad Auschwitz, come in altri campi di concentramento c’era gente che era semplicemente un Genio del calcio come Arpad Weisz, il miglior tecnico del suo tempo che rivoluzionò il calcio italiano. Di nazionalità ungherese, fu mediano dell’Alessandria e del Padova, scoprì Giuseppe Meazza e lo fece esordire in nerazzurro, diventò Tecnico vincente con la maglia dell’Inter. Andò poi al Bologna e fece diventare gli emiliani “lo squadrone che tremare il mondo fa”. Da noi, dagli italiani, fu italianizzato finché le leggi razziali non lo costrinsero a fuggire. Era Ebreo, morì con moglie e figli ad Auschwitz. La sua Storia rimase nell’oscurità finché in un libro ne parlò Matteo Marani. Impossibile non citare poi Julius Hirsch, primo ebreo a indossare la maglia della Mannschaft (La Squadra) e autore di un fantastico poker contro l’Olanda nell’ormai lontano 1912. Non uscì più dai campi di concentramento. Stessa sorte toccò a Antoni Lyko noto a tutti come “l’uomo senza nervi” per la lucidità che aveva sotto porta. Giocò per nove anni nel Wisla Cracovia, in Polonia, e firmò trenta reti. Il suo ultimo match lo fece proprio ad Auschwitz dove morì il giorno dopo sparato in testa dalle Schutz-Staffeln (SS, ndr) per rispondere ad un attacco dei partigiani polacchi. Morì solo, tra il gelo e la fame anche Eddy Hamel, nato a New York e primo Ebreo a vestire la maglia dei Lancieri (Ajax). In tanti si salvarono, chi per grazia di Dio. Chi per non so cosa. Tra questi c’era Ignaz Feldmann ex giocatore dell’Hakoah Vienna, venne riconosciuto da un nazista e lo mise sotto protezione, per il semplice fatto che l’aveva sfidato con l’Austria Vienna.

 
Si salvò anche Leo Goldstein futuro gurdalinee in Cile-Italia del 1962 a noi nota come “Battaglia di Santiago”. Stava per farsi la “doccia”, quella maledetta doccia ma ai nazisti serviva un arbitro e lui si offrì volontario perché conosceva le regole. C’è anche chi non era legato al calcio, ma grazie alla passione verso questo sport riuscì a salvarsi come Piero Terracina uno dei pochissimi ebrei italiani sopravvissuti ad Auschwitz. Egli stesso dice di essere rinato a diciannove anni, due anni dopo la liberazione e dopo aver giocato un Vera partita di calcio con gol, grida, maglie, preferibilmente della “sua” Roma.

Lo sport, il calcio quasi sempre, è quella scintilla che ti cancella ogni tragedia, ti fa sentire vivo anche attorno ai morti. Auschwitz è silenzio, dove nemmeno gli uccelli riescono a cinguettare. Auschwitz è rispetto e memoria.

 

ONORIO FERRARO

onorioferraro@libero.it

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