Bereszynski, Kownacki, Linetty: i tre moschettieri della Sampdoria più ‘polacca’ di sempre

Per andare da Gorzów Wielkopolski a Żnin, transitando per Poznan, servono circa tre ore di automobile.  Siamo nella terra lacustre della Grande Polonia, zona centro ovest del Paese, in una distesa pianeggiante dove il panorama resta uguale a perdita d’occhio. Campi coltivati, qualche fabbrica, e la Warta che serpeggia placidamente. Se dieci anni fa qualcuno avesse detto a tre bimbi di Gorzow, Żnin e Poznan che nel 2018 si sarebbero rivisti a Genova, di fronte a 20.000 persone, lo avrebbero preso per matto. Magari avrebbero chiesto dove si trova Genova, anche se il nome della Sampdoria – che all’epoca veleggiava verso la Champions con Cassano e Pazzini  – probabilmente lo conoscevano già.  Da Poznan alla Liguria scorrono oltre 1.400 km di di Mitteleuropa: un viaggio solo andata che Karol Linetty, Bartosz Bereszynski e Dawid Kownacki hanno intrapreso in tre momenti diversi. Eppure domenica scorsa si sono ritrovati tutti insieme sullo stesso campo; tre ragazzi partiti da Poznan e arrivati a Marassi, per formare la Sampdoria più polacca di sempre.

E dire che il Doria non ha mai avuto un gran feeling con l’Ekstraklasa, il massimo campionato della terra di Chopin, Copernico e Papa Wojtyla. I pionieri della colonia genovese furono Bartosz Salamon e Pawel Wszolek, primi nella storia a fondare un avamposto in quel di Bogliasco. Al difensore non andò molto bene, giocò 166 minuti tra campionato e Coppa nell’arco di un’intera stagione, leggermente più positiva fu l’esperienza dell’esterno poi passato al Verona. L’esperimento polacco sembrava destinato a non ripetersi più, almeno sino al ritorno a Corte Lambruschini di Riccardo Pecini, gran demiurgo doriano dall’occhio lunghissimo per i calciatori in erba. Due estati fa, ecco il primo colpo. A tuffarsi nella nuova avventura, nel luglio 2016, fu un giovanissimo Karol Linetty. Arrivava da Żnin, cittadina da poco più di 20.000 anime nel Voivodato della Pomerania.

Non sembra essere una località indimenticabile: ha un nome che pare uscito da un’onomatopea di un fumetto della Disney, un museo dedicato alla storia dei treni, e poco altro. Ma Karol (nome impegnativo per un polacco) a Żnin ci è rimasto poco: da ragazzino lascia la città natale e va a Poznan, per giocare nel Lech. Lì incrocia quello che diventerà il suo inseparabile compagno al Mugnaini, di nome fa Bartosz e di cognome Bereszynski. Professione: esterno offensivo, almeno ad inizio carriera. Bartosz ben presto saluta Poznan e si trasferisce al Legia Varsavia per vincere campionati a ripetizione. Linetty invece resta, sino a che gli scout blucerchiati non lo notano e lo portano a Ponte di Legno. Memorabile la prima intervista di Giampaolo, che l’anno prima aveva allenato il loro connazionale Zielinski ma che con le altre lingue non ha grande dimestichezza: “Linetty ha mostrato tanta voglia – disse il tecnico dopo l’esordio con il Chievo in amichevole – ma mi guarda e sente solo rumore. Non può capire nulla di quello che dico”. Parole di circostanza, perché in realtà l’allenatore blucerchiato si era innamorato da subito di quel centrocampista tutto corsa e dinamismo. Un esperimento polacco da ripetere, perché no? In fin dei conti, Linetty era costato soltanto 3 milioni.

Infatti poco tempo dopo, durante la sessione invernale, la Samp si porta a casa anche Bereszynski  che nel frattempo ha arretrato il suo raggio d’azione sino a diventare il terzino destro della nazionale. Un altro “soldato” per Marco Giampaolo. Li ha definiti così lo stesso tecnico blucerchiato, ed è una descrizione estremamente azzeccata. Di Bereszynski Giampaolo ha aggiunto anche che ha “la faccia da Linetty”. Per il mister, è un gran complimento. Bartosz, a differenza di Karol, ha bisogno di qualche mese in più di adattamento.  Le qualità fisiche e atletiche si notano lontano un miglio: il difensore ha una falcata stupenda, lunga e ipnotica. Quando corre è fluido e bello da vedere, anche se i fondamentali della famigerata ‘linea’ di Giampaolo non sono semplici da assimilare per un italiano, figurarsi per un polacco. Commette pure qualche errore di troppo nelle prime partite. Lo aiuta proprio il vecchio amico Linetty, che lo guida nei suoi mesi d’ambientamento genovesi. Oggi ‘Beres’ è uno dei terzini più interessanti del campionato, sbaglia pochissimo e ha sempre lo stesso imbarazzante strapotere fisico, che gli consente scatti e allunghi anche al novantesimo.

“Non c’è due senza tre”, devono aver pensato Ferrero e Romei. Detto, fatto:  gli uomini mercato del Doria tornano nuovamente in Polonia nell’estate 2017. La dirigenza blucerchiata ha capito perfettamente che nei campionati emergenti dell’Europa centro orientale si fanno affari d’oro a prezzi di saldo. La Samp va a pescare ancora a Poznan, ma questa volta prende la stellina made in Lech. E’ Dawid Kownacki, uno che sembra proprio un predestinato.  Ha fatto tutta la trafila delle giovanili nella squadra biancoblù, dall’Akademia sino alla prima squadra. E’ nato nel 1997 a Gorzów Wielkopolski, a due ore di macchina da Poznan, e ha militato in tutte le selezioni ‘Under’ della sua Nazionale, dall’U15 all’U21. In carriera, come accade spesso ai ragazzi prodigio,  hanno provato ad affibbiargli cento volte questa o quella etichetta.  In Polonia lo paragonavano a Lewandowski, in Italia è “Il nuovo Schick”. Lui, a precisa domanda, risponde di voler essere “soltanto il nuovo Kownacki”. Ammette di studiare da Quagliarella, e lo fa benone. Per il momento è diventato il terzo moschettiere al servizio di Marco Giampaolo,  e con il terzetto di spadaccini polacchi in campo la Samp ha schiantato la Fiorentina. Ora Bartosz, Dawid e Karol sognano la Russia, e i Mondiali con il loro capitano Lewandowski. Alla fine, Mosca non è poi così lontana dalla Polonia: all’incirca, la distanza  che c’è tra Poznan e Genova…

Lorenzo Montaldo

lorenzo.montaldo@libero.it

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